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I libri
Rothbard, Murray N.
LA GRANDE DEPRESSIONE
Prefazione di Lorenzo Infantino
Rubbettino - 2006, Pagine 546 Prezzo €29,00
Le vere cause della grande depressione americana del 1929

Recensione di Luigi Marco Bassani

La Grande Depressione? Colpa dello Stato sociale

La Grande Depressione - meglio nota in Italia come "Crisi del '29" - costituisce uno snodo epocale nella storia del Novecento. Presentata invariabilmente da tutta la cultura economica ortodossa del continente come la vera disfatta (malauguratamente non definitiva) del capitalismo, è stata utilizzata per tre quarti di secolo da tutti i governi occidentali come monito per le generazioni future. Ai pochissimi liberali che ancora si ostinavano a deplorare l'insignorimento da parte dello Stato di quello che fu il "libero mercato", i governanti avevano buon gioco a replicare che di troppo-poco Stato si può anche morire, proprio come la Grande Depressione aveva insegnato.

Le illusioni del Welfare State
Il capitalismo lasciato a se stesso è incapace di produrre stabilmente ricchezza - era ed è questo il refrain delle classi dirigenti al potere – solo l’intervento pubblico e la sapiente mano dei burocrati possono addomesticare questa belva potenzialmente in grado di riprodurre sempre disoccupazione, ineguaglianza e miserie.

Legioni di economisti, cresciuti recitando come versetti del Corano le opere di John M. Keynes, raccontavano come il presidente americano Franklin Roosevelt e i suoi accoliti avessero azzeccato ogni mossa e il mercato (vale a dire milioni di consumatori e produttori) neanche una. In poche parole, l'episodio centrale sul quale ha fatto leva lo slogan politico del Novecento - «il capitalismo è una follia e lo Stato ne è la cura» - è stata la Grande Depressione, o meglio, la spiegazione sedimentata di ciò che l'avrebbe causata. Ecco allora che dobbiamo accogliere con grande interesse e favore la traduzione di un lungo saggio di storia economica di Murray Rothbard (1926-1995) del 1963 ("La Grande Depressione", Rubbettino, pp. 546, euro 29) che confuta, con tutto l'armamentario concettuale e storico a disposizione di questo geniale studioso, le spiegazioni dominanti.

Allievo diretto di Ludwig von Mises, Rothbard è stato il maggior economista di Scuola austriaca che la migrazione di questa tradizione in terra americana abbia prodotto. II volume si presenta impreziosito da una prefazione di Lorenzo Infantino, che, con la complicità di Dario Antiseri e Raimondo Cubeddu, per non citare che i più noti, è un infaticabile diffusore del pensiero austriaco nel nostro Paese. Rothbard utilizza la teoria austriaca del ciclo economico - un prodotto del pensiero austriaco assai sofisticato e che gode di ottima reputazione negli ambienti economici - ma soprattutto una messe di dati e ricerche empirici per mostrare come la crisi del '29, non fu più grave squilibrio della storia del capitalismo, bensì la prima grande crisi dell'intervento pubblico.

Il crack della borsa causato dalla politica
Già Luigi Einaudi aveva notato che se il crollo borsistico dell'ottobre del 1929 avrebbe potuto essere riassorbito dalla fortissima economia americana: la speculazione si sarebbe riaggiustata in breve tempo. Ciò non avvenne: al crack di ottobre seguirono microcrolli continui che si propagarono nell'economia "reale" creando poi una disoccupazione altissima, riverberandosi su tutte le economie europee. Rothbard dimostra come la bolla speculativa fosse stata creata direttamente dal governo federale con continue iniezioni di moneta, che si rivelarono il primo combustibile della crisi. L'autore dimostra poi come le politiche interventiste e improntate alla pianificazione del Presidente Hoover (predecessore di Roosevelt) peggiorarono enormemente quella che avrebbe potuto essere una burrasca passeggera.

Le pagine di Rothbard sono essenziali per comprendere come il New Deal di Roosevelt non solo abbia rappresentato un fiasco spettacolare, ma non sia stato affatto una novità per l'America. Il New Deal, che la fanfara del partito democratico presentava come una novità senza precedenti, non era altro che l'ampliamento delle misure di politica economica dell'amministrazione precedente.

Insomma l'interventismo governativo non solo non curò la Depressione, ma ne fu la causa ultima. Solo il riarmo a partire dal 1939 e successivamente la Guerra permisero all'America di riassorbire la disoccupazione. Se proprio si vuol dare allo Stato la patente di "redentore dei disoccupati", questa spetta allo Stato tedesco: fu infatti la pressione aggressiva di Hitler piuttosto che il paternalismo di Roosevelt a rappresentare il punto di svolto nell'economia americana.

Un autore coraggioso che smentisce Marx
Il saggio di Rothbard è fortemente controcorrente: presenta la visione di un capitalismo incapace di produrre crisi e di uno Stato interventista che altro che crisi non produce. L'autore si trova allora in contraddizione con una lunga tradizione nella scienza economica che, da Marx a Keynes, afferma che tutte le crisi sono "cicliche" e nascono dal ventre profondo del libero mercato.

Sta al lettore attento e informato decidere i meriti del volume, ma non si può sottacere la profonda utilità che pubblicazioni come questa potrebbero avere anche in futuro. II perché è presto detto. Qualora la tesi di Rothbard fosse corretta, occorre attendersi altre crisi dell'interventismo, che dagli anni Trenta in poi non ha fatto che aumentare.

Non vi è dubbio sul fatto che le classi politiche scaricheranno su di un fantomatico "liberismo selvaggio", o sul "capitalismo", la responsabilità delle crisi economiche che loro stesse hanno prodotto. I lettori di questo volume, fossero anche venticinque, potrebbero immunizzarsi nei confronti delle fole del passato, ma anche di quelle future.

Da Libero, 4 gennaio 2007

Recensione di Carlo Lottieri

La Grande Depressione, la terribile crisi economica che ha colpito l’America a partire dal 1929 e si è protratta per tutti gli anni Trenta (con tassi di disoccupazione altissimi e brutali ripercussioni sociali), rappresenta un momento cruciale della storia novecentesca, dato che le ripercussioni di quell’avvenimento si fecero sentire pesantemente ovunque e specialmente in Europa.

La storiografia ufficiale ci racconta una vicenda assai semplice: le difficoltà iniziate nel settembre del 1929, quando gli operatori borsistici tornati dalle ferie si misero a cedere titoli e fare realizzi, sarebbero da imputare al capitalismo. Vi sarebbe stato il disordine dell’economia di mercato all’origine di quella sovrapproduzione, e ciò giustificherebbe l’interventismo delle politiche stataliste ispirate poi da John Maynard Keynes. Per molto tempo e ancora oggi, la crisi americana di fine anni Venti viene dunque letta come la prova definitiva che il sistema economico del laissez-faire non garantirebbe crescita, stabilità e sviluppo; e che avrebbe costantementebisogno di piani, programmazioni, interventi, correttivi.

Finalmente anche i lettori di lingua italiana possono trovare una convincente e analitica confutazione di tale tesi nel volume scritto nel 1963 da Murray N. Rothbard, La Grande Depressione (edito da Rubbettino, 540 pagine, in vendita a 29 euro): un testo ottimamente curato da Lorenzo Infantino e che può essere di fondamentale aiuto per chi voglia comprendere cosa è successo davvero nell’America che aveva appena scelto il presidente Herbert Hoover, quali fenomeni hanno causato il crollo della maggiore economia mondiale e, al tempo stesso, quali decisioni hanno cronicizzato difficoltà che diversamente si sarebbero potute superare con più facilità.

Rothbard è noto quale teorico principe del libertarismo e, in particolare, della sua versione maggiormente radicale. Ma egli è stato non solo un filosofo politico e del diritto. Soprattutto e in primo luogo egli è stato un economista di scuola “austriaca”, allievo di Ludwig von Mises e originale prosecutore di quella lezione. Ed egli è stato pure – come attesta il lavoro ora tradotto – uno storico di razza (come riconosce Paul Johnson nella prefazione al volume che egli scrisse nel 1999), il quale ha messo a frutto la lezione di Joseph Dorfman – suo docente alla New York University – e ha coniugato una solida formazione teorica e un’attenta cura per la ricostruzione degli avvenimenti.

Da vari punti di vista La Grande Depressione è uno sviluppo delle tesi misesiane. Tutta la prima parte del libro (quasi duecento pagine) offre una rilettura della teoria austriaca del ciclo economico, volta a sottolineare come ogni economia viva naturalmente di fluttuazioni: alti e bassi legati alle opzioni mutevoli dei consumatori, alle innovazioni tecnologiche, agli accidenti della storia. Ma se una certa mutevolezza e precarietà degli affari sono ineliminabili e perfino positive (poiché il cambiamento è il sale stesso della vita), altra cosa sono i cicli e – in particolare – le depressioni. Qui gli autori della scuola austriaca insistono sull’importanza della dimensione monetaria e sul ruolo giocato dalle espansioni artificiose decise per via politica.

Senza poter entrare nei dettagli di un’analisi che Rothbard dipana con grande finezza, si può comunque sintetizzare la lezione dello studioso americano nella tesi che – come già aveva rilevato Mises – la crisi fu effetto soprattutto dell’assommarsi dei “cattivi investimenti” che furono indotti dall’espansione del credito bancario alle imprese.

In un’economia di mercato, in effetti, il denaro ha un prezzo (il tasso d’interesse) ed esso serve non solo a remunerare il capitale, ma anche a filtrare le buone iniziative da quelle non destinate a produrre profitti. Se ottenere finanziamenti ha un costo, la possibilità di destinare tempo e risorse in progetti inconsistenti si riduce; ma quando si permette un’ampia manipolazione della quantità di moneta l’effetto è quello d’incoraggiare iniziative e imprese senza solide prospettive.

Da qui l’espansione (artificiosa) e, di seguito, il crollo: non privo di un suo valore salutare. Per gli analisti di scuola liberale, in effetti, questo genere di depressione non è altro che il venire a galla degli errori precedentemente commessi. C’è quindi qualcosa di sano in tutto ciò, a condizione che – dopo aver erroneamente pompato denaro ovunque e senza costrutto – non si pretenda di continuare su questa strada. Ma è questo che è avvenuto a causa dell’avversione di Hoover e dei suoi consiglieri per la politica economica del laissez-faire.

La depressione è stata quindi il frutto di interferenze pubbliche nella vita produttiva e soprattutto nell’economa monetaria, e si è protratta per più di un decennio a causa (come rileva Lorenzo Infantino) “di misure interventistiche che, adottate nel presupposto di evitare la crisi, l’hanno invece resa inevitabile e più profonda: nazionalizzazioni della produzione, piani pluriennali di opere pubbliche, tariffe doganali, tassi salariali rigidi o crescenti in termini reali, agevolazioni e protezioni agricole, contingentamenti, barriere all’immigrazione”.

Analisi in linea con tutto ciò si trovano anche in altri classici liberali sul tema: basti pensare a The Roosevelt Myth di John T. Flynn, del 1948. Ma la lettura dell’opera rothbardiana è illuminante da vari punti di vista, dato che essa non solo denuncia le conseguenze devastanti dell’assistenzialismo, ma evidenzia pure la necessità che la moneta non sia un bene sottratto al mercato e alla libera competizione, data la funzione essenziale che essa svolge all’interno della vita economica. D’altra parte, per Rothbard e per Mises la moneta dovrebbe tornare ad essere l’oro, come al tempo del gold standard.

Più in generale l’autore evidenzia come anche minime, o apparentemente tali, manipolazioni del libero mercato siano in grado di produrre conseguenze devastanti, dagli effetti imprevedibili. È una lezione da tenere sempre presente, se non si vogliono ripetere gli errori del passato.

(Il Giornale), 25 novembre 2006

Recensione a cura dell'IBL

La Grande Depressione, un prodotto dello statalismo
L'interpretazione del grande pensatore libertarian Murray N. Rothbard

I libri di storia adottati in tutte le scuole della Repubblica raccontano la Grande Depressione (la grave crisi economica che ha colpito l’America a partire dal 1929) come un effetto del capitalismo. Sarebbe insomma il mercato “selvaggio” ad avere fatto crollare i titoli azionari: distruggendo in primo luogo anni di risparmio e poi causando un lunga fase di disoccupazione e miseria. E quegli stessi libri ci dicono che, “per fortuna”, è poi arrivato Franklin Delano Roosevelt, presidente democratico che – ricorrendo a spese pubbliche ingenti e crescenti regolamentazioni – ha finalmente rattoppato i guasti prodotti dal sistema economico liberale.

Questo è quanto quasi tutti (in Italia e non solo) pensano dell’avvenimento economico più rilevante del Novecento. E poco importa che innumerevoli studi storici ci abbiano raccontato come il presidente Hoover fosse tutt’altro che orientato verso il mercato, e anzi come gli anni che precedettero il crollo di Wall Street fossero stati segnati da quella politica inflazionista che fu, appunto, il vero fattore scatenante il disastro. E poco importa lo stesso fatto (ugualmente incontrovertibile) che solo con la guerra l’America sia uscita dall’alta disoccupazione degli anni Trenta: a riprova dell’inutilità del New Deal.

Non fa nulla: tutto questo non sembra scalfire particolarmente la fede di quanti ancora oggi continuano a lodare le politiche welfariste di FDR.

Ma ora, quanto meno, chi voglia disporre di un’analisi di altissimo livello sull’intera vicenda può contare su uno strumento straordinario. È infatti arrivato nelle librerie italiane il grande lavoro scritto nel 1963 da Murray N. Rothbard, America’s Great Depression (trad. it.: La Grande Depressione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006, € 29.00). Anche se si sono dovuti attendere quasi cinquant’anni perché questo volume giungesse a noi, dobbiamo comunque essere grati al professor Lorenzo Infantino (autore di una lucida Prefazione) e al gruppo di giovani ed entusiasti traduttori, coordinati da Massimiliano Neri, che hanno reso possibile tale piccolo miracolo. Senza dimenticare un editore come Rubbettino, ancora una volta disposto a dare spazio nelle sue collane ai classici del liberalismo.

L’opera di Rothbard è straordinaria per molte ragioni e certamente ha ragione il celebre storico inglese Paul Johnson, autoredell’Introduzione alla quinta edizione in lingua inglese, quando afferma che vi sono “pochi libri che rendono così vivo il mondo della storia economica e che contengono così tante lezioni convincenti e valide ancora oggi”.

Allievo di Mises alla New York University, Rothbard muove dalla teoria del ciclo economico elaborata dal maestro viennese. E la tesi – in poche parole (ma queste righe vogliono essere solo un invito alla lettura: senza alcuna pretesa di completezza) – è che mentre vi è una ciclicità normale della vita economica, i guasti peggiori derivano da quelle scelte politiche assunte da governo ed autorità monetarie che alterano la struttura degli incentivi e inducono a scelte economicamente devastanti. In particolare, un abbassamento artificioso del tasso di interesse induce a soprainvestimenti destinati presto a sgonfiarsi e trasformare le più facili illusioni in cocenti delusioni.

C’è quindi una riflessione teorica assai solida alla base del volume di Rothbard, ed anche un’analisi molto acuta sul ruolo che il tempo gioca in ambito economico: uno studio che poggia, oltre che Mises, anche sui lavori del suo maestro Böhm-Bawerk, di Robbins, di Hayek e altri. Ma l’economista Rothbard qui si rivela anche uno straordinario storico e non pretende di ingabbiare la realtà entro coordinate astratte e predefinite. La lezione teorica (prasseologica) del maestro gli serve per indossare i giusti occhiali, ma poi la sua ricerca si addentra negli innumerevoli più e grandi avvenimenti di una storia economica complicata, fattuale, non di rado accidentale, condizionata – allora come oggi – da innumerevoli fattori, calcoli, compromessi.

Se la prima parte del volume presenta la teoria austriaca della moneta, il volume si dipana poi soprattutto come un’analisi assai meticolosa di ciò che è avvenuto prima, durante e dopo il crollo delle borse. E come rileva Infantino nelle sue pagine introduttive, il testo rothbardiano mostra assai chiaramente che “la Grande Depressione è stata il prodotto di una prolungata ‘inflazione del credito’, i cui effetti sono pienamente spiegati dalla teoria austriaca del ciclo”. L’interventismo socialdemocratico di Roosevelt, lungi dall’alleviare la situazione e porre rimedio, ha quindi finito per “cronicizzare” una malattia da cui si sarebbe usciti assai prima se si fossero adottate strategie liberali e, in particolare, se il denaro avesse avuto un prezzo di mercato.

La speranza è che la lettura di questo testo possa indurre qualche storico a ripensare le proprie più radicate convinzioni. E che un libro tanto prezioso e geniale possa finire nelle mani di quanti raccontano la storia novecentesca ai giovani di diciott’anni. C’è davvero da augurarselo, anche perché quanti non conoscono la storia sono destinati a ripetere i peggiori errori di coloro che li hanno preceduti.

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